Il mio MBA da salotto
Un giorno ricevetti una richiesta di contatto da parte di una ragazza americana che viveva in Germania. Stava costruendo la sua startup nel settore alimentare e cercava una biologa. Il match sembrava perfetto. Iniziai a collaborare con lei in remoto, nel tempo libero, aiutandola a definire concetti e approcci scientifici.
Dopo un po’, mi sono detta la verità: avevo troppa paura. Non me la sentivo ancora di mollare tutto per rischiare in un progetto cosi incerto. Non mi sentivo pronta. Decisi di fermarmi. Ma qualcosa dentro si era acceso.
Cosa diavolo era questo mondo di cui nessuno mi aveva mai parlato prima?
Tra un’esplorazione e l’altra, vidi un annuncio per una posizione da consulente scientifico in un fondo di investimento, con sede in Asia ma attivo a livello globale. Non avevo idea di cosa fosse il venture capital. Seriamente. Ho dovuto “googlare” per capirne qualcosa. Ma pensai: «non ho nulla da perdere». Feci domanda.
Pochi giorni dopo ricevetti un’email: volevano farmi una prima intervista. Il mio interlocutore veniva dalla finanza – non esattamente il mio ambiente di riferimento. Dopo le prime domande, mi chiese:
«Perché vuoi lavorare nel venture capital?».
La verità? Lo avevo scoperto da una settimana. Risposi onestamente:
«Non ne so molto. Ma mi sembra un ambiente dinamico, veloce, con persone appassionate. E voglio imparare».
Mi fecero altre cinque interviste. E mi presero.
Allo stesso tempo il mio supervisore a Dublino – che non capiva del tutto la mia scelta, ma continuava a credere in me – mi disse solo: «Se vuoi provarci, fallo. Io ti copro le spalle». Quel gesto non lo dimenticherò mai. Mi propose di convertire il contratto di postdoc in part-time, così da potermi dedicare a questa nuova avventura. Ancora una volta, mi offrì la possibilità di rischiare senza farmi sentire off-road.

E così, tra due diligence, piani di go-to-market, presentazioni a investitori e startup di ogni tipo, mi ritrovai a vivere quello che oggi posso definire un mini MBA sul campo. Lavoravo in remoto, da Dublino, mentre il mio team era sparso tra Hong Kong, San Francisco, Singapore.
Era tutto nuovo. Gli orari erano folli. Ma era tutto giusto.
Cosa mi resta di quel periodo (in cui, intanto, la pandemia metteva il mondo in pausa)? Per me è stato l’inizio di qualcosa. Una trasformazione lenta, ma totale. Non c’è stato un evento singolo, nessuna decisione teatrale. Solo una sequenza di click, conversazioni, e piccoli esperimenti, tra cui anche un’aula virtuale da gestire.
Ma da quella stanza in cui avevo forzatamente trascorso il lockdown sono uscita diversa. Per la prima volta, non stavo più cercando un lavoro o un ruolo. Cercavo un posto dove avere senso. E avevo appena intravisto quello giusto.
(5, continua)




