«Tu hai la stoffa per compiere grandi imprese, ma devi prendere in mano il timone, tracciare la tua rotta e seguirla, anche in caso di burrasca! E quando verrà il momento in cui metterai alla prova la qualità delle tue vele e mostrerai davvero di che pasta sei fatto, beh, spero di essere lì a godermi lo splendore della luce che emanerai quel giorno». Queste sono le toccanti parole che il burbero pirata spaziale John Silver rivolge a Jim Hawkins, giovane “astronauta” protagonista de Il pianeta del tesoro – nel caso non lo abbiate mai visto, recuperatelo assolutamente, ne vale la pena! Confesso che, prima della mia partenza, anch’io avrei avuto bisogno di un discorso del genere…
“E così, nonostante l’orizzonte fosse ricoperto di nuvole tetre e cariche di pioggia, ho dispiegato le vele, stretto saldamente il timone e ho affrontato il buio della tempesta, inseguendo lo splendore della mia luce”. Questo potrebbe essere l’inizio di un bel romanzo d’avventura e sarebbe senz’altro piacevole dirvi che le cose sono andate davvero così, ma non voglio mentire. Il limite di tutti i grandi discorsi motivazionali è sempre lo stesso: le belle parole non bastano. La vita non è un romanzo e, prima o poi, dobbiamo fare i conti con la dura realtà dei fatti, tutti quanti…
L’incipit della mia avventura, infatti, suona più o meno così: le prime giornate sono trascorse all’insegna della solitudine e del ripiegamento su me stesso, luoghi in cui ho potuto ascoltare per davvero i miei pensieri, uno per uno. Quasi toccandoli. Così, col passare del tempo, si è insinuata in me una sensazione che avrebbe accompagnato la mia intera permanenza inglese e che, forse, non mi abbandonerà mai. Non saprei dire quando io l’abbia esperita per la prima volta, ma da un certo momento in poi ho percepito i miei occhi come se fossero costantemente impregnati e ricolmi di lacrime. Era come se, tutto a un tratto, fossero stati appesantiti da una spessa patina di umidità e lucciconi, che mi rendeva la vista pesante e imprecisa, senza mai sfociare però nel pianto. Non saprei spiegarmi meglio di così, né saprei dirne il motivo. Era un misto di malinconia e gratitudine: malinconia per tutto quello che avevo lasciato indietro; gratitudine verso tutto quello che stavo vivendo. Una sorta di commozione inconscia e repressa…
I miei amici spesso mi dicono che sono un piagnucolone… e forse hanno ragione. O forse, la verità è un’altra: viaggi come questo ti aprono ad uno sguardo diverso, più profondo, che consente di vedere il mondo con occhi differenti. All’inizio, però, non riescono a mettere bene a fuoco e a reggere questa nuova capacità visiva, quindi lacrimano. O almeno, provano a farlo. Ma per qualche strano motivo non ci riescono: le lacrime non scendono, rimangono bloccate e si addensano in una specie di involucro che avvolge e imprigiona le iridi, rendendo la vista offuscata. Ma ormai sei condannato: questa sensazione non ti abbandonerà mai, quasi fosse un lascito indelebile e irreversibile…
Da un punto di vista personale, invece, una delle eredità più preziose che porterò sempre nel cuore è sicuramente il motto del Magdalene, che troneggia altisonante in diversi punti del College e che ha dunque accompagnato tutte le mie giornate: “Garde Ta Foy”. Si tratta di una formula cavalleresca di origine bretone, molto diffusa nel periodo tardo-medievale e rinascimentale, che richiama l’idea di rimanere saldi nei principi spirituali ed etici. Ho sempre apprezzato il duplice significato che le si può attribuire: da un lato, è chiaro, il riferimento può essere alla difesa e alla custodia della fede cristiana; dall’altro, ho sempre intuito un messaggio intellettuale e morale, legato all’impegno a mantenere la fermezza nei valori della verità e della conoscenza. Una sorta di missione dantesca, volta al perseguimento di “virtute e canoscenza”.
Da ultimo, non chiedetemi il perché, ma uno dei ricordi più nitidi che mi sono rimasti impressi è quello di una settimana di inizio marzo in cui tutta Cambridge è stata scossa da forti folate di vento (fenomeno che non si sarebbe più riproposto nei mesi successivi). Mi sembra ancora di sentire quel violento getto scompigliarmi i capelli e penetrarmi le ossa, prendermi a cazzotti da ogni direzione fino a mettermi al tappeto. Ogni volta che uscivo e venivo sballottato da quei fastidiosi sbuffi d’aria, però, mi sovveniva un verso di Paul Valery, che ripetevo a bassa voce, quasi digrignando i denti: “Le vent se lève, il faut tenter de vivre”. Per chi non mastica il francese, significa: “Si alza il vento, bisogna tentare di vivere”. L’interpretazione canonica che si associa a questa frase è la seguente: nonostante il sopraggiungere del vento e la sua avversità, bisogna cercare di vivere degnamente. Il senso è piuttosto pessimistico, è evidente, ma invita a far emergere quel senso di stoica resilienza che contraddistingue l’umanità nel suo profondo, qualunque cosa accada.
Tuttavia, mi piace leggere questo verso in maniera più estesa: quando si alza il vento, che sia libeccio, scirocco o maestrale, sta a noi essere capaci di godere appieno del viaggio, accogliendo gli aspetti positivi e negativi di ogni esperienza, non disperdendo mai quel senso di costante meraviglia che dà dignità e significato al nostro girovagare. In breve: si tratta di un invito a commuoversi ogni giorno davanti all’imprevidibilità della vita e alle sue sorprese. In qualunque caso, anche di fronte alle difficoltà.
A te che stai leggendo l’epilogo di questa mia storia, di questo mio diario: abbi il coraggio di tracciare la tua rotta e di dispiegare le vele verso mari inesplorati e ignoti! Stringi i denti, afferra ogni secondo della tua esistenza e assaporalo fino in fondo, fallo tuo! Non lasciare che, per timore di naufragare, passi tutta la vita a terra, dove gli occhi rimangono ciechi alla meraviglia e allo stupore… Ricordati di commuoverti ogni giorno di fronte all’inaspettato e alla sua bellezza. L’orizzonte ti chiama a sé, salpa! Anche se non sai dove ti porterà il vento… Buon viaggio!
(9 – fine)




