Non erano facili i temi da affrontare venerdì scorso alla Festa de l’Unità di Lodi. La realtà pesante e faticosa dei luoghi di reclusione e di chi – detenuti e personale di custodia – è costretto a viverci, non tocca come forse sarebbe necessario le coscienze di noi che siamo fuori. Con troppa facilità preferiamo metterla da parte, influenzati, a destra come a sinistra, da un “cattivismo” imperante che ci spinge a leggere il mondo in bianco e nero. Perché, in fondo, “chi è in carcere qualcosa di male avrà pur fatto, no?” E dunque, tutto sommato, ci si sente quasi autorizzati a pensare che “possiamo buttare la chiave” e dimenticarci di chi rimane dietro le sbarre a scontare la sua condanna.
Sembra quasi impossibile credere che questo nostro Paese sia lo stesso che ha dato i natali a Cesare Beccaria, un pensatore che tutto il mondo ci invidia e che, con il celebre Dei Delitti e delle pene – l’opera per la quale è universalmente celebrato – ha posto le basi per quella moderna concezione della pena da cui ha tratto ispirazione anche la nostra Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso d’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (Art. 27)».
Il dibattito dell’altra sera – “Oltre il muro: carcere, CPR e dignità umana nelle politiche di oggi” -, moderato e introdotto dalla vicesegretaria del PD provinciale Maria Cristina Baggi, ha offerto uno spaccato crudele e veritiero di questa realtà, colta nei suoi faticosi risvolti quotidiani attraverso gli interventi di chi nelle carceri lavora in prima persona con i reclusi.
Anna Sordi, volontaria presso la Casa Circondariale di Lodi, ha raccontato con passione le sua esperienza dell’ultimo anno e mezzo, dedicata alla produzione di Altre storie, il giornale del carcere pubblicato come inserto del quotidiano locale Il Cittadino. Sordi ha sottolineato come il diritto all’informazione dei detenuti – attivo e passivo – sia tutelato dall’ordinamento penitenziario, in accordo con il dettato costituzionale. L’importanza di uno strumento di questo tipo per chi è all’interno del luogo di detenzione è scontata: il giornale è un mezzo per raccontare e, soprattutto, per raccontarsi e far sentire la propria voce (venendo incontro a un’urgenza che, nel carcere, si fa sentire fortissima); ed è al contempo uno spazio di critica, in cui si possono difendere le proprie posizioni e dare le proprie opinioni. Ma il diritto di informazione dal carcere è fondamentale anche per noi che siamo fuori: solo integrando l’informazione sui luoghi di pena con la voce di chi ci vive è possibile avere una rappresentazione non semplificata del carcere e delle sue realtà. Certo non è un diritto cui si possa accedere con facilità, e la pubblicazione di ogni nuovo numero si trasforma ogni volta, per i più svariati motivi, in una corsa ad ostacoli: a partire dall’impossibilità di firmare gli articoli, ai problemi legati alla difficoltà di usare internet e gli strumenti tecnologici più avanzati, per giungere alla lettura preventiva della Direzione del carcere. Una pre-censura inevitabile ma che incide fortemente sulla libertà di espressione.
La parola è poi passata a don David Maria Riboldi, fondatore della cooperativa sociale La Valle di Ezechiele, un’iniziativa che offre lavoro e reinserimento sociale a ex detenuti con l’obiettivo di ridurre la recidiva criminale. Un intervento lucido, consapevole e disincantato, non certo “buonista”: come del resto ci si deve aspettare da chi vive ogni giorno le storie di disagio e di emarginazione di persone alle quali, a volte con una speranza minima di successo, si cerca con tenacia, intelligenza, serietà ed ostinazione di offrire un’opportunità di re-impiego nella società e il supporto necessario per rifarsi una vita. Le esperienze, talvolta anche amare, di cui don Riboldi ci ha reso partecipi sono un esempio concreto di come il lavoro e l’accompagnamento possano offrire una speranza di riscatto e integrazione sociale per chi ha commesso errori, contribuendo a costruire una società più sicura e inclusiva.
L’intervento di Simona Malpezzi, senatrice del Partito Democratico, ha dato avvio alla seconda parte della serata, dedicata ad una riflessione più squisitamente politica. Soffermandosi sulle problematiche legate alla delinquenza minorile, Malpezzi ha evidenziato come il recupero (che in quest’ambito dovrebbe essere la strategia prioritaria di intervento) risulti sempre più una chimera, a causa dell’affollamento – per altro in costante aumento – delle carceri minorili: 9 centri sui 17 presenti nella penisola risultano infatti pesantemente sovraffollati. Il cosiddetto “Decreto Caivano”, che ha aumentato i casi nei quali è obbligatoria la detenzione e grandemente limitato invece le possibilità di “messa alla prova”, è forse il maggior responsabile di questa situazione di disagio. Se il sovraffollamento è il primo problema da affrontare, si deve anche intervenire al più presto per ampliare le comunità di recupero, a partire dal reclutamento degli educatori (ai quali va garantita una retribuzione dignitosa).
Pierfrancesco Majorino, capogruppo PD in Regione Lombardia, ha concluso il dibattito partendo dai temi proposti per allargare l’orizzonte a una riflessione politica più ampia. «Siamo di fronte a destini di uomini e donne in carne e ossa – ha esordito -, mentre la politica (e purtroppo anche la società civile, che su questi temi non sembra molto più avanti) rimuove proprio l’umanità di queste persone». Constatando che la risposta più scontata di fronte alle paure della gente sulla sicurezza è sempre, ovviamente, quella autoritaria e repressiva, che non risolve il problema ma è la più facile da proporre (e, almeno in prima battuta, da comprendere). Serve dunque innanzitutto un lavoro politico e socio-culturale che dia consapevolezza rispetto alle strade che si devono percorrere per affrontare seriamente le questioni alla radice e avviare soluzioni concrete.
Proprio la risposta alle paure, all’insicurezza, al senso di isolamento delle persone comuni (tutto ciò che può essere definito come una frattura sentimentale rispetto alle istituzioni e alla condivisione sociale) deve diventare la risposta preliminare della Sinistra ai bisogni della gente: non solo sulle problematiche del carcere e del recupero ma anche, e soprattutto, per quanto attiene alla politica in generale.
Riguardo ai problemi specifici, Majorino ha poi ricordato come si faccia ben poco per accompagnare il rientro nella società di chi esce dal carcere: non c’è nulla negli interventi del governo che segnali almeno la volontà di salvaguardare la dignità delle persone, nulla che accompagni il disagio (anzi i disagi, primo fra tutti quello psichico), nulla che sostenga fattivamente il riscatto di chi ha sbagliato (che, in realtà, è il riscatto della collettività tutta).
La parte conclusiva del suo intervento, dedicata ai CPR, ha preso le mosse dalla constatazione che, allo stato delle cose, queste strutture oggi sono luoghi in cui si trovano persone a cui, senza processo e senza garanzie, viene di fatto comminata una pena aggiuntiva. La mancanza di strutture statali amministrative adeguate e di quella rete di associazioni e volontari che, come avviene negli istituti di reclusione, cerca di portare sostegno alle persone che vi sono rinchiuse, produce nei CPR una situazione addirittura peggiorativa rispetto al carcere. Per non parlare del paradosso per cui coloro che si voleva espellere, dopo essere stati trattenuti il più a lungo possibile in attesa di procedure che non giungono mai a termine, finiscono per essere rimessi in libertà sulla strada, facendone dei fantasmi. Ecco perché il Pd chiede che vengano implementate al più presto un minimo di misure essenziali: canali di ingresso regolari e sicuri; percorsi efficaci di integrazione e di inclusione; gestione comune, a livello europeo, del fenomeno migratorio.





