“Assumere decisioni consapevoli e orientate al futuro, scegliendo le strategie più efficaci per uno sviluppo sostenibile e inclusivo del territorio”: il tema del dibattito che impegna, alla Festa de l’Unità, il parlamentare PD Andrea Orlando, diventa anche occasione di una serie di riflessioni da parte dell’ambientalista Andrea Poggio. Ecco la prima, dedicata al fossile nel territorio lodigiano cui si associa, inevitabilmente, il problema della crisi climatica. Una questione complicata, obsoleta, pericolosa, rispetto alla quale invitiamo chiunque lo voglia a dibatterne con noi.
La centrale termoelettrica di Tavazzano, con i suoi 1.970 MW, è una delle più grandi d’Italia, insieme a quelle di potenza analoga di Civitavecchia e Brindisi. Se consideriamo anche quella a turbogas di Bertonico con i suoi 800 MW, il lodigiano è la seconda provincia in Italia, dopo Brindisi e seguita dalla vicina Piacenza, per potenza termoelettrica ricavata dal fossile. Non è un caso che la provincia di Lodi sia ai vertici nazionali per emissioni di anidride carbonica sia per unità di superficie che per popolazione, come ha attestato anche il Piano provinciale di governo del territorio appena approvato.
In pieno centro urbano a Lodi, nella primavera del 2022 è stata realizzata l’ultima caldaia a metano fossile da 20 MW per il “teleriscaldamento”, in controtendenza rispetto alle scelte della stessa utility A2A che a Milano predilige pompe di calore geotermiche rinnovabili.
Oltre ai metanodotti che attraversano le campagne, ospitiamo l’Ital Gas Storage che gestisce a Cornegliano Laudense un deposito sotterraneo da 1,6 miliardi di metri cubi, uno dei 13 in Italia. Controlli agli infrarossi svolti a distanza da Legambiente a maggio dello scorso anno hanno documentato le elevate emissioni fuggitive di metano da questi impianti. Non si dimentichi che le fughe di metano sono la seconda causa, dopo la CO2, della crisi climatica che sta colpendo territori di tutto il mondo con eventi atmosferici estremi, siccità e incendi.
La crisi climatica colpisce anche da noi: il mese di giugno di quest’anno è stato il più caldo di sempre, con punte di +3,49 gradi in Italia rispetto al trentennio climatico 1991-2020. A giugno, secondo il Sistema di allarme del Sistema Sorveglianza della Mortalità Giornaliera del Ministero della Sanità, si è verificato un aumento dei decessi di anziani rispetto al numero atteso (+ 20 unità a Milano e + 12 a Bergamo). L’Agenzia europea dell’Ambiente (Aea) osserva come le ondate di calore siano responsabili del 95 per cento dei decessi causati da eventi meteorologici e climatici estremi (ben 47 mila decessi nell’estate 2023) e di danni che generano costi pari allo 0,5 per cento del Pil: cifra che potrebbe salire al 3 per cento nei Paesi meridionali più colpiti entro il 2060, quando «le ondate di calore pericolose per la salute umana diventeranno più frequenti, più lunghe e più intense», scrive l’Aea. I più colpiti sono i poveri, i deboli, gli anziani e i bambini.
Ma non chiamatelo caldo, è crisi climatica. Non sono fenomeni naturali, ma ingiustizia climatica. Per l’Osservatorio nazionale contro la povertà energetica sono ben 2 milioni le famiglie a basso reddito che devono affrontare una spesa energetica (per elettricità e riscaldamento) più elevata, soprattutto al sud, nelle isole e nei piccoli comuni: si tratta di famiglie spesso di immigrati, con figli, i cui componenti frequentemente sono disoccupati o hanno lavori saltuari.
Oggi il metano è anche l’energia più cara: dal 2024 importiamo sempre più dai giacimenti di metano dell’Alaska, sponsorizzati dagli USA di Trump sotto la minaccia di nuovi dazi. Peggio del gas russo usato in precedenza per due ragioni: costa il doppio e inquina quanto il carbone per estrarlo.
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