Le complessità dei problemi che le donne devono affrontare all’interno del mondo del lavoro sono state al centro del dibattito che si è tenuto domenica 31 agosto alla festa del’Unità di Lodi, significativamente intitolato: “Lavoro e disuguaglianza di genere, una sfida da vincere”.
Dopo i saluti della vicesegretaria provinciale del PD Maria Cristina Baggi il dibattito, condotto da Valeria Menichini, coordinatrice Donne Democratiche del Lodigiano, si è aperto con l’intervento di Silvia Roggiani, deputata PD e membro della segreteria regionale. Roggiani ha iniziato il suo intervento con un atto di accusa nei confronti del governo Meloni, a partire dalla visione arcaica e patriarcale che la maggioranza parlamentare ha del ruolo della donna nella famiglia e nella società e sottolineata dal «fatto doloroso» rappresentato da «una Presidente del Consiglio donna che non lavora a favore delle donne». I provvedimenti del governo, che sono stati quasi sempre ideologici e propagandistici (come quello a favore delle famiglie con più figli, o come il surrettizio inserimento delle associazioni pro-vita nei consultori con un emendamento al decreto sul PNRR), disegnano complessivamente una figura femminile appiattita sul lavoro di cura mentre nella realtà quotidiana (a dispetto della paradisiaca narrazione governativa della situazione economica) il gender gap delle retribuzioni continua a crescere. Ciliegina sulla torta: la cancellazione a cuor leggero della possibile creazione di nuovi asili nido – per un totale di 114.000 posti -, svaniti nel nulla con le successive revisioni del PNRR.
Ha poi preso la parola Susanna Camusso, che ha illustrato la recente proposta di legge del PD per una nuova disciplina del part time involontario, di cui la senatrice (già segretaria generale della CGIl) è prima firmataria. Camusso ha approfondito il concetto di part time involontario, sottolineando come esso in realtà sia una forma di precarietà che non dà risposte alle necessità quotidiane delle donne e che le condanna a stare in una condizione di lavoro povero: la maggior parte delle lavoratrici italiane ha infatti un contratto part time e a tempo determinato (e non certo per loro scelta). Una situazione che, ovviamente, si traduce nell’impossibilità di poter pensare a una pensione dignitosa, quando addirittura non impedisce di raggiungere i requisiti minimi per la pensione. Per molti datori di lavoro il part time è solo un escamotage per tagliare i costi del personale risparmiando sui contributi (con l’assurdità di aziende che hanno addirittura l’80% della forza lavoro in part- time), con orari di servizio spesso stabiliti arbitrariamente e senza preavviso, che non permettono alle lavoratrici di organizzare adeguatamente per sé e per le famiglie il tempo di non-lavoro. Il disegno di legge prevede quindi: contratti certi; un part time che torni a essere una scelta volontaria, e non di sfruttamento; che i contratti siano caratterizzati da un regime di transitorietà e con orari di lavoro non aleatori, in cui il ricorso agli straordinari preveda una retribuzione adeguata (e, se eccessivo, obblighi il datore di lavoro ad assumere con contratti a tempo pieno); il ripristino della contrattazione collettiva anche per i contratti part time; la garanzia di diritti pensionistici minimi. E’ una proposta di legge che nel suo complesso mira a contrastare il lavoro nero e, soprattutto, il lavoro grigio; che mira a ricostruire il diritto al tempo delle persone (e in particolare delle donne); che vuole liberare le lavoratrici dalla stretta di contratti che le costringono ad accettare salari troppo bassi che non possono garantire una vita dignitosa e autonoma.
Stefania Bonaldi, anch’essa senatrice PD, membro della segreteria nazionale PD e responsabile P.A. innovazione e professioni, nel suo intervento ha affrontato alcuni aspetti particolari della condizione del lavoro femminile. Ha innanzitutto ricordato le opportunità offerte agli imprenditori e alle lavoratrici dal Sistema di certificazione della parità di genere, istituito e regolamentato dalla Legge Gribaudo del 2021. La certificazione consente di attestare le politiche attive delle imprese nella riduzione del divario di genere offrendo incentivi significativi (sgravi contributivi e accesso privilegiato ai finanziamenti statali), mentre dalla parte delle lavoratrici si propone di consentire una effettiva crescita professionale, di raggiungere il superamento del gap salariale e di tutelare maggiormente la maternità. Un’opzione certamente positiva considerando il contesto lavorativo italiano in cui le donne hanno mediamente una formazione migliore degli uomini; fanno fatica a trovare spazio nei ruoli apicali (sono solo il 21% dei dirigenti e il 32% dei quadri); devono subire un pesante gap salariale (e, in prospettiva, pensionistico) che nel settore privato è di oltre il 20%. Ancor più problematica la situazione nel campo delle partite IVA (al di là del fenomeno delle false partite IVA che mascherano prestazioni di lavoro subordinato) e della Gestione separata INPS, in crescita parallelamente alla nascita delle nuove professioni e nei cui confronti si sta concentrando l’attenzione del PD. Si tratta di lavoratori (in maggioranza giovani e donne) che hanno bassissime protezioni e pochissimi diritti, e in questo momento hanno ben poche speranze di arrivare a ricevere una pensione dignitosa alla fine della loro vita lavorativa.
Paola Bocci, consigliera regionale PD, ha invece esaminato la situazione in Lombardia, ricordando che le donne, qui come nel resto d’Italia, sono di più e vivono di più, ma curano meno la loro salute e subiscono un consistente gap salariale. Tra l’altro nella nostra regione le donne lavorano molto in settori di per sé fragili e meno pagati, come cultura e spettacolo: si può arrivare così a casi limite come quello della provincia di Lodi, in cui il gap retributivo supera addirittura il 20%. Rispetto ai problemi del lavoro femminile (che complessivamente si presentano anche in Lombardia con caratteristiche simili a quelle sin qui considerate per l’intero Paese) la Giunta Fontana brilla per assenza di programmazione e di progettazione. In effetti il governo regionale fa spesso ricorso a fondi europei per il sostegno alle iniziative di sostegno alle donne (mentre i fondi messi a disposizione direttamente dal bilancio di Regione Lombardia latitano): ma si tratta di interventi spot, non coordinati e non adeguatamente accompagnati dalle strutture regionali nella attuazione sul campo.
Rebecca Porcellini, delegata Lavoro GD Lombardia e ultima voce della serata, con il suo sentito e appassionato intervento, ha dato infine una voce autentica ai bisogni, alle aspettative – assai spesso tradite – e alle angosce delle ultime generazioni, che alla fine del percorso formativo si ritrovano a muovere i primi passi nel mondo del lavoro senza garanzie e senza prospettive per il futuro.




