15 maggio 2024. Ore 13.30. Come uno stormo prima di una tempesta, il Magdalene College versa in uno stato di grande agitazione e subbuglio. Il sole splende timido dietro le nuvole che si rincorrono rapide nel cielo, spinte dal vento. L’aria è elettrica, carica di eccitazione e umidità. I cortili e le vie del parco sono diversi dal solito: un fiume di persone mai viste prima scorre tra gli alberi in fiore, regalando uno spettacolo che ammiro dalle finestre della biblioteca. Una famiglia di anatre si è impossessata del giardino dei papaveri dove dorme tranquilla, nascondendo la testa tra le ali.
Anche in biblioteca la situazione è piuttosto strana: le postazioni-studio sono insolitamente libere e c’è un gran via vai di ragazzi che entrano ed escono. Ormai distolto dagli studi e incuriosito dal trambusto, decido di prender parte a mia volta a quella specie di processione. Scendo le scale e finalmente capisco: nella Living Room vengono distribuiti gratuitamente dolcetti e tè freddo.
Proprio mentre sto tornando ai libri dopo aver fatto razzia di fette di torta al lampone, mi imbatto in Dario che ha invece svaligiato la sezione del tè verde. «Dove stai andando, scemo? Non ti vorrai perdere il ritorno dei gufi al parco!». L’affermazione mi coglie alla sprovvista e la mia espressione di stupore è alquanto eloquente: «Il ritorno dei gufi al parco?!» rispondo disorientato. Dario intuisce: «Ti sei perso la mail, vero?». «Temo di sì…».
Grazie alla sua spiegazione tutto acquista finalmente senso: quel giorno si sarebbe tenuto uno degli eventi più attesi dell’anno, il ritorno dei gufi al Magdalene College! E’ una ricorrenza che si ripete ciclicamente ogni primavera: una serie di uccelli notturni, soprattutto gufi e civette, viene rilasciata nel parco dopo aver trascorso i mesi invernali in una struttura di cura e riabilitazione.
Ore 14.00. Finalmente l’evento ha inizio! Io, Dario e Antoine, che nel frattempo ci ha raggiunto, ci piazziamo in prima fila. Dario mi confessa di essersi perso l’edizione dell’anno precedente, è la prima volta anche per lui.
Un signore canuto e di bassa statura conduce al centro del parco una specie di carretto. Si presenta: si chiama Peter ed è un ornitologo. Dispone l’una a fianco all’altra una serie di gabbie di diversa misura che contengono gli ospiti d’onore della giornata: tre gufi, una civetta, due barbagianni e due falchi. Inizia quindi a illustrarci le varie caratteristiche degli animali descrivendoci le loro abitudini, l’apertura alare, il tipo di prede preferite e tutto il resto. Quando il primo dei gufi viene rilasciatoe inizia a volteggiare sinuosamente sopra le nostre teste. Che meraviglia! Dopo un breve richiamo, il gufetto plana in maniera delicata fino al guantone di Peter che gli offre un piccolo verme come ricompensa. Il gufo lo divora voracemente.
Uno dopo l’altro anche gli altri uccelli vengono liberati nel cielo del Magdalene dove si esibiscono in piroette e manovre aeree che lasciano tutti a bocca aperta: mulinelli orizzontali e verticali, planate, cabrate, volteggi. E ancora virate, imbardate, autorotazioni, etc. I miei occhi brillano di eccitazione e seguono attentamente anche il più piccolo movimento cercando di indovinare l’inebriante sensazione del volo. Ma agli uomini è riservato il privilegio della terra, non del cielo. Nonostante la mia fervida immaginazione, in quell’istante percepisco tutta la pesantezza del mio corpo.
Mi guardo intorno cercando il conforto e lo sguardo dei miei simili. E mi rendo conto di essere l’unico senza il cellulare. Sono l’unico che non sta immortalando la scena con video o fotografie. Sono l’unico che sta assaporando quel momento solo attraverso lo sguardo, imprimendolo per sempre nella memoria.
Torno a concentrarmi sui gufi e sulle loro acrobazie. Sopraggiunto il turno del primo dei due falchi, la situazione si movimenta in maniera inaspettata: il piccolo volatile inizia a volteggiare in maniera circolare sopra gli alberi del parco, disegnando traiettorie premonitrici. Sembra stia per andare a caccia. Ed effettivamente è proprio così. Anche Peter si scuote dalla flemma impassibile e mostra segni di preoccupazione.
La risposta degli altri uccelli del parco non si fa attendere: in un baleno, una decina di volatili esce dal proprio nascondiglio e si lancia intimidatoria contro il falco. Il cielo si riempie di strida acute e diviene teatro di battaglia. Due grossi corvi sembrano pronti allo scontro e si scagliano diretti verso l’obiettivo. Nonostante l’evidente inferiorità numerica, il falco non perde la calma e coglie l’occasione per rimarcare la propria superiorità aerea, eludendo ogni attacco con semplici manovre che gli risultano del tutto naturali. In ogni caso, Peter preferisce richiamarlo e riporlo in gabbia. Il suo ritorno in libertà è rimandato di un paio di giorni.
Lì intuisco la profonda differenza che distingue i predatori dalle prede: i versi insistenti emessi dai corvi e dagli altri uccelli sono grida di paura. Il silenzio del falco, invece, è cinica consapevolezza.
La cerimonia si avvia alla conclusione. D’un tratto, mentre l’ultimo dei barbagianni volteggia nel cielo, le nuvole smettono di giocare e di rincorrersi. Si bloccano. E riversano su di noi le prime gocce di quello che in un paio di istanti si rivela un violento acquazzone. Tutti ci lanciamo in direzione della biblioteca alla ricerca di un riparo, mentre i primi tuoni rimbombano minacciosi. Quando arriviamo a destinazione siamo bagnati fradici, dalla testa ai piedi.
Mentre strizziamo i nostri abiti ridotti a un’accozzaglia di stracci umidi, ci viene fatto dono dell’ultimo prodigio della giornata: proprio mentre imperversa l’acquazzone, metà del cielo si colora di luce e si riempie nuovamente di raggi solari. È un attimo: in un battito di ciglia, sopra il Magdalene College appare la curva sgargiante di un arcobaleno con i suoi sette colori, vividi come non mai. Non so se credo nei miracoli, ma quella giornata, quel momento mi ha fatto senz’altro pensare che possano accadere.
Davanti a quello spettacolo meraviglioso penso che manca un mese esatto al mio rientro in Italia. Ancora qualche settimana e anche io, proprio come i gufi, sarei tornato a casa. Non riesco a capire se ne sono felice o se il pensiero mi rattrista… In ogni caso farò tesoro di quegli ultimi trenta giorni, assaporandoli uno alla volta e godendomeli fino in fondo!
Così, decido di tornare fuori, noncurante della pioggia che continua a cadere. Vengo avvolto dall’odore dell’asfalto bagnato e dell’erba inumidita. Per una volta, anche io voglio scattare una foto. Anche io voglio immortalare quel piccolo miracolo, per poterlo rivivere anche in futuro. Per sempre. Click.
(7 – continua)




