Lo diceva già Vannaver Bush, ingegnere statunitense consigliere scientifico del presidente Roosvelt, nel luglio 1945: “La scienza può essere efficace nell’assicurare benessere alla nazione solo se intesa come membro di una squadra, sia in tempi di pace o di guerra. Ma senza progressi scientifici, nessun risultato in altre direzioni può assicurare la nostra salute, prosperità e sicurezza come nazione nel mondo moderno” ( rapporto “Science the Endless Frontier”).
La comunità scientifica internazionale ha prodotto il primo rapporto IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) nel 1990, cioè trentacinque anni fa. Nel corso di questi anni sono stati pubblicati altri cinque rapporti. Risale al 1997 il trattato di Kyoto, mai ratificato dagli USA (e si dubita lo facciano durante la presidenza Trump), che prevedeva l’obbligo delle riduzioni delle emissioni di elementi di inquinamento.
Erano già stati previsti, calcolati, documentati e comunicati anni fa dagli scienziati gli effetti del cambiamento climatico ai quali stiamo assistendo contando morti, spalando fango, spendendo soldi in assicurazioni obbligatorie (che fanno ipotizzare una diminuzione delle misure pubbliche) e attrezzandoci come possibile. Ma non erano stati calcolati solo l’aumento della temperatura media e degli eventi estremi o lo scioglimento dei ghiacci, bensì i danni da essi provocati in termini economici, sociali, sulla salute e sulla stabilità politica e sociale.
La letteratura scientifica evidenzia che ecosistemi e società umane hanno iniziato a mostrare conseguenze del cambiamento climatico. La vulnerabilità di molte popolazioni umane, ecosistemi e specie animali è ben documentata, determinando rischi che aumentano con il livello del riscaldamento globale. L’aumento del riscaldamento globale potrebbe portare molti sistemi naturali e umani al limite oltre il quale l’adattamento non sarà possibile.
Anche in Europa assistiamo alle conseguenze del cambiamento climatico e ci si attende che il numero di decessi e persone a rischio di stress da calore aumenti con il riscaldamento globale. Il riscaldamento ridurrà gli habitat adatti agli attuali ecosistemi terrestri e marini e cambierà irreversibilmente la loro composizione. Le misure di adattamento allo stress termico della popolazione e il contenimento dei rischi da ondate di calore necessitano di molteplici interventi su edifici e spazi urbani. A causa di una combinazione di caldo e siccità, si prevedono perdite sostanziali in termini di produzione agricola per la maggior parte delle aree europee. Nell’Europa centro-occidentale in rischio di scarsità di risorse idriche diventa molto alto, ma nell’Europa meridionale il rischio è già elevato. Già con un livello di riscaldamento medio, le strategie di adattamento che riducono il fabbisogno idrico devono essere combinate con trasformazioni quali la diversificazione delle sorgenti e modifiche dell’uso del territorio. A causa dell’aumento delle precipitazioni estreme in molte aree Europee e dell’innalzamento del livello del mare lungo praticamente tutte le coste (un’eccezione è la penisola Scandinava), aumenteranno in molte regioni d’Europa i rischi per le persone e le infrastrutture derivanti dalle inondazioni costiere, fluviali e pluviali.
L’Italia affronta rischi associati alla regione del Mediterraneo derivanti dal cambiamento climatico e dalla vulnerabilità di ecosistemi e settori produttivi. Il cambiamento climatico potrebbe causare una riduzione delle precipitazioni, influendo sulla disponibilità di risorse idriche. Si prevede inoltre una maggiore intensità del riscaldamento estivo rispetto alla media globale. Altri rischi comprendono la vulnerabilità delle coste, dove esistono insediamenti e strutture in prossimità del livello del mare; l’importanza economica del settore turistico, influenzato sia direttamente dal cambiamento climatico sia indirettamente dalle politiche di mitigazione; e la fragilità degli ecosistemi terrestri e marini, anche minacciati da sovrasfruttamento e inquinamento.
La riduzione di questi rischi richiede continuità nell’impegno politico, implementazione di strutture istituzionali adeguate, mobilitazione di risorse, procedure e decisioni inclusive con cittadini, parti sociali e settori produttivi, e riferimento alle conoscenze scientifiche.
Sappiamo che alcuni paesi sono in linea con una traiettoria di riduzione delle emissioni dettata dall’accordo di Parigi e che politiche climatiche ambiziose possono avere successo. Abbiamo gli strumenti per affrontare i cambiamenti climatici, ridurre la concentrazione di gas serra in atmosfera. Ciononostante continua ad esistere un importante divario tra i contributi che gli stati hanno promesso e le azioni necessarie per essere in linea con gli obiettivi di Parigi. Appare quindi evidente che, se l’obiettivo è mantenere l’innalzamento della temperatura globale entro i due gradi, dobbiamo mettere in pratica le soluzioni con convinzione, utilizzare gli strumenti giusti e le politiche giuste.
Sebbene esistano molte tecnologie e soluzioni, le concentrazioni di gas serra attuali indicano che il tempo a disposizione per intervenire si sta riducendo. La maggior parte dei scenari di mitigazione riportati prevede che non sarà possibile mantenere l’innalzamento della temperatura media globale sotto 1,5 gradi senza ricorrere a tecnologie a emissioni negative, che non sono ancora disponibili su scala commerciale. Se non agiamo rapidamente, potremmo perdere anche la possibilità di rimanere sotto i due gradi.
L’Europa rappresenta una frontiera avanzata della legislazione sulle politiche climatiche. L’evidenza valutata nel rapporto mette bene in chiaro che si tratta di una scommessa che può ancora essere vinta.
La sfida ha anche una dimensione locale; per questo motivo gli scenari che considerano la cornice globale o nazionale devono essere adattati alle realtà regionali o ai singoli settori. In questo contesto, i governi locali e regionali, le imprese e gli individui svolgono un ruolo fondamentale.
Sappiamo bene che la crisi climatica, che è certamente tra le più importanti che l’umanità sta affrontando e che dovrà continuare ad affrontare nei prossimi anni, non sarà la sola sfida che l’umanità dovrà affrontare. Sappiamo anche che, proprio in conseguenza della sua dimensione sistemica, la questione climatica è strettamente collegata a tutte le crisi che già stiamo affrontando e che non potranno che esacerbarsi in futuro, nel breve e nel lungo periodo, su scala regionale o su scala globale.
Forti delle conoscenze scientifiche, della collaborazione multidisciplinare che vede lavorare insieme competenze delle scienze della terra, delle scienze economiche e politiche, delle scienze sociali, sappiamo che le politiche climatiche per essere efficaci dovranno essere eque, dovranno prevedere misure e politiche compensative al fine di raggiungere gli obiettivi climatici senza pesare sulle fasce più deboli e svantaggiate della società.




