Cammino più veloce che posso tra le vie di Cambridge, cercando di percorrere a ritroso il tragitto del pomeriggio. Sono già le 19.15 e Antoine mi starà sicuramente aspettando! Che figuraccia, così in ritardo senza neppure conoscerlo… Ma il mio senso dell’orientamento non è particolarmente sviluppato e mi ritrovo in una zona della città mai vista prima. Il buio e la scarsa illuminazione non mi aiutano. Gli scrivo un rapido messaggio: “I’m late, but I’m arriving… Sorry!”. Mento sapendo di mentire. La verità è che non ho idea di dove io sia finito-
Mi ricordo di consultare il navigatore. Destinazione: Magdalene College. Tempo previsto a piedi: 12 minuti. Non male, poteva andarmi peggio. Solo nei giorni successivi avrei scoperto che in quel momento ero nelle vicinanze del bellissimo JesusCollege. Ritardo per ritardo, decido di rallentare il passo, onde evitare di arrivare madido di sudore. Riesco comunque a recuperare due minuti: raggiungo il Magdalene alle 19.25 e alle 19.27 sono davanti alla mensa. Di Antoine nemmeno l’ombra. Prendo il cellulare per vedere se mi ha risposto. Sorrido. “I’m late too, my friend. I will arrive at 19.30”, leggo dalla tendina. Ottimo, sono comunque arrivato per primo!
Il mio orologio da polso segna le 19.37 quando vedo finalmente spuntare Antoine dal piccolo cancello che dà sul parco. O meglio, intuisco sia lui dal sorriso che mi rivolge già da lontano, dopo avermi notato all’entrata della mensa. Mi saluta con un ampio gesto della mano, sollevando il braccio in maniera plateale. Con un piacevole accento francese, inizia a urlare: “Sorry, I was in the shower!”. Mentre si avvicina, riesco ad osservarlo meglio: non è molto alto, ha i capelli mossi e indossa occhiali rotondi dietro i quali si celano due vivaci occhi marroni che fanno simpatia. Il buon odore che emana certifica che non mi sta mentendo. Profuma di lavanda ed eucalipto!
Ci presentiamo rapidamente, mentre accediamo all’atrio della mensa. In maniera un po’ goffa, mi scuso per la mia scarsa abilità con l’inglese ma Antoine non mi sta ascoltando: la sua attenzione è protesa all’interno della mensa da dove un inserviente ci sta indirizzando gesti non particolarmente promettenti. L’ultimo pasto viene servito alle 19.15 e la mensa chiude alle 19.30… In quel momento sono già in corso le fasi di pulizia! Supplici, chiediamo di fare un’eccezione, ma il nostro interlocutore è inamovibile.
Effettivamente, le fasce in cui vengono serviti i pasti in Inghilterra sono piuttosto bizzarre per un abitante del Mediterraneo: il pranzo dalle 12.00 alle 13.30, la cena dalle 18.00 alle 19.15. Se il primo orario può sembrare “normale”, col tempo avrei capito che quello che rimane dopo le 12.45 non sono altro che avanzi. Il sabato e la domenica invece c’è il brunch, con le uova strapazzate, il bacon alla piastra e tutto il resto. Devo ammettere che, dopo un primo impatto quasi traumatico, mi sono progressivamente abituato a questi orari e ho imparato ad apprezzare gli aspetti positivi che comportano: le mattinate luminose, che iniziano all’alba; i pomeriggi brevi, che fuggono via veloci; le lunghe serate, che spalancano le porte della notte e lasciano spazio al silenzio.
A quel punto, affamati e sconsolati, Antoine ed io decidiamo di andare a mangiare una pizza in centro, sperando di trovare ancora posto da qualche parte. Dopo un rapido check su Tripadvisor, individuiamo la nostra meta: Pizza Pilgrims, un locale non molto grande vicino a Market Square. Che dire, la pizza non era nemmeno così male, ma da buon italiano non ho potuto far altro che lamentarmi tutta la sera e rimpiangere la vera pizza. Per i sei mesi successivi, Antoine mi avrebbe continuamente preso in giro per la mia tipica frase d’esordio: “Not too bad, but in Italy…”.
In ogni caso, durante la cena ho raccolto alcune preziose informazioni sul mio nuovo amico: proviene da un piccolo paese della Borgogna ma da un paio d’anni si è trasferito a Parigi dove studia Scienze Politiche, Sociali ed Economiche alla Sorbonne. I suoi nonni materni sono portoghesi, di Lisbona. Sono emigrati alla volta del Brasile in giovane età, ma hanno fatto ritorno in patria prima dei trent’anni. Gli chiedo se anche lui come Hugo capisce il genovese, viste le sue origini, ma mi confessa di non conoscere la lingua dei suoi nonni, se non per qualche vocabolo. Mi rivela di essere parecchio attaccato alla sua famiglia e di aver patito la partenza, proprio come me. Fin da subito, capiamo di essere molto simili e che saremmo diventati buoni amici. E così è stato.
22.15. Ci alziamo e paghiamo, per poi avviarci verso il College. Lungo la strada, vorremmo fermarci a prendere una birra in un pub, ma scopriamo con stupore che sono già tutti chiusi. Presto ci saremmo abituati anche a questo: a Cambridge, i locali chiudono verso le 22.00/22.30 e, in ogni caso, non oltre le 23.00. Una volta rientrati al Magdalene, veniamo accolti da una scena alquanto bizzarra: un gruppo di persone con una lunga tunica bianca si sta dirigendo a mo’ di processione verso la Magdalene’s Chapel, la piccola cappella in stile gotico del College. Spinti dalla curiosità, decidiamo di seguirli e di entrare anche noi. Inconsapevoli, assistiamo incantati ad una delle funzioni organizzate dal Magdalene’s Choir, caratterizzata da un continuo alternarsi di canti in latino e di brevi letture di alcuni passi biblici. Ancora oggi, non credo di aver capito fino in fondo il rito cui abbiamo preso parte, così diverso dalle nostre usanze ma così affascinante e introspettivo, custode di una profonda spiritualità.
Al termine della cerimonia, viene annunciata la distribuzione gratuita di cioccolata calda presso la Living Room della biblioteca. Ovviamente, non possiamo tirarci indietro e andiamo anche noi. Una volta entrati, finalmente intuisco perché le strade sono sempre vuote e scopro dove si nascondono tutti quanti! Ecco la vera Cambridge: l’intero College è lì, vivo più che mai! Nonostante sia quasi mezzanotte, i tavoli sono completamente ricoperti di libri e a stento si trova una postazione libera.
In quel momento, ho capito la verità nascosta di Cambridge. Per coglierne l’autentica essenza e ascoltarne il vero battito bisogna andare nelle biblioteche, dove riecheggia ogni giorno il suono di tastiere pigiate e di libri sfogliati, dove rimbomba l’incessante fremito delle idee, della curiosità e dell’entusiasmo di chi è scosso da una viscerale passione per il sapere. Un diamante allo stato grezzo che viene levigato con cura e dedizione, giorno dopo giorno, così da raggiungere la sua forma ultima e risplendere nelle tenebre inglesi. Questa è la ricchezza di Cambridge, che la rende un regno incantato, una bolla fuori dal mondo.
A partire da quella sera, ho dunque compreso che la vera Cambridge non si trova per le strade o nelle piazze, nei ristoranti o nei pub, ma nei parchi, nei College e soprattutto nelle biblioteche, dove si nasconde il suo cuore pulsante, tesoro prezioso celato con estrema gelosia…
(5 – continua)




