Roberta Vallacchi, oggi consigliera regionale del Pd, aderisce al partito fin dalla sua nascita: è stata componente dell’Assemblea nazionale e della segreteria del Circolo di Lodi, presidente dell’Assemblea provinciale, vicesegretaria e infine segretaria provinciale prima di approdare in consiglio regionale, dove fa parte delle Commissioni Attività produttive, Ambiente, Sociosanitaria, Carceri, Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. È inoltre componente del Comitato di indirizzo e coordinamento in area dipendenze della Regione. Con lei abbiamo parlato di sanità in Lombardia, un servizio ormai alla deriva che non riesce più a stare al passo con le necessità dei cittadini, mentre l’aziendalizzazione delle strutture pubbliche e la sempre maggiore presenza del privato hanno portato a una smisurata esplosione dei costi a carico della collettività.
La riforma Formigoni del ‘97 ha radicalmente modificato il modello organizzativo della sanità lombarda. Il suo stato attuale, ormai disastroso, è il risultato inevitabile dell’attuazione di quella riforma da parte delle giunte di centro-destra che da allora governano senza soluzione di continuità la nostra regione.
Qual è il suo giudizio complessivo sulla situazione e quali priorità si è data, nel suo lavoro di consigliera regionale, rispetto alla situazione emergenziale della sanità lombarda?
Il giudizio complessivo è che questa situazione dipenda dalle scelte e dall’organizzazione del servizio che la Regione si è data con la legge sulla sanità, che va poi a confermare le decisioni prese in 30 anni di amministrazione del centrodestra: la priorità che come Gruppo regionale del Partito democratico abbiamo individuato per porre rimedio alla situazione della sanità lombarda è dunque l’approvazione di una nuova norma. Per questo il Pd ha depositato una proposta di legge regionale di iniziativa popolare sui “Principi fondamentali del servizio sociosanitario regionale lombardo – Modifiche alla legge regionale 30 dicembre 2009, n. 33 (testo unico delle leggi regionali in materia di sanità)”.
Quattro i principi cardine su cui si basa la nostra proposta: l’universalità del servizio, la centralità della prevenzione, i servizi territoriali, il governo pubblico degli erogatori. Dal mio punto di vista, quello che ritengo fondamentale è la ricostruzione della prevenzione, termine che comprende tutte le attività di prevenzione delle malattie, della salute e della sicurezza sul lavoro e quelle attività che riguardano la sicurezza alimentare, la qualità degli ambienti di vita e in, senso ampio, la salute collettiva. Il centrodestra ha eliminato le precedenti 15 Asl, in ciascuna delle quali c’era un dipartimento di prevenzione, e ha creato 8 Ats (con un solo dipartimento ciascuna). Sono quindi stati tagliati 7 dipartimenti, togliendo gran parte di quei presidi territoriali che un tempo erano diffusi nelle nostre comunità. Il risultato è che oggi abbiamo sicuramente meno prevenzione: risorse economiche e di personale insufficienti per territori così ampi si traducono infatti in una pesante riduzione di tutto il servizio
Gli esperti del settore sono unanimi nel ritenere che, se ci si deve occupare di prevenzione, bisogna farlo a partire da un intervento serio nella scuola. Qual è la sua opinione in merito? Quali azioni concrete bisognerebbe intraprendere?
Secondo il professor Silvio Garattini (oncologo, farmacologo e ricercatore italiano, presidente e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”), che abbiamo da poco ospitato a Lodi, la prevenzione è la cosa più importante in assoluto: riuscire a evitare l’insorgere delle malattie fa risparmiare denaro e migliora la qualità della vita. Anche ispirandomi alle sue parole, posso tranquillamente affermare che bisogna assolutamente inserire un’ora settimanale nelle scuole per insegnare la prevenzione: trattando degli stili di vita corretti, dell’educazione alimentare, dell’importanza dell’attività fisica, e affrontando l’educazione alla salute nei suoi molteplici aspetti.
Ma non è solo la prevenzione ad aver subito conseguenze pesanti dal progressivo depauperamento della sanità pubblica inflitto sistematicamente dalle giunte di centrodestra…
Certamente no! Un altro aspetto che in questi anni è stato impoverito, con l’abolizione delle Asl, è la medicina territoriale, che ora Fontana e Bertolaso vorrebbero ricostruire attraverso le Case di comunità, al momento scatole vuote. Infatti, solo 7 delle 130 realizzate presentano i requisiti minimi: meno di 3 su 10 sono aperte 24 ore, 7 giorni su 7; il 90% risulta sprovvisto di pediatra; l’84% non garantisce la presenza di un infermiere per l’intera giornata. Le Case di comunità dovrebbero anche assicurare l’assistenza territoriale al domicilio per la popolazione più anziana, ma anche questo aspetto del servizio rimane in gran parte sulla carta.
Quali altri aspetti della sanità lombarda presentano forti criticità?
La rete dei servizi territoriali, come l’assistenza domiciliare, i consultori, i servizi per la salute mentale e le dipendenze, i centri vaccinali, i servizi per le persone con disabilità, per gli anziani, i fragili e i minori. Vanno programmati, finanziati e implementati come pilastri prioritari del Ssr accanto al pilastro dei servizi ospedalieri, ai quali non sono subordinati. Con l’aumento degli anziani, con la necessità sempre più impellente di cure domiciliari è qui che, secondo noi, bisogna intervenire per dare senso e sostanza a questi nuovi collettori di salute.
C’è infine il problema della carenza di personale.
È un ulteriore punto critico della sanità lombarda, a partire dagli infermieri. Per loro serve una valorizzazione della professione, introducendo incentivi economici e di carriera. È sotto gli occhi di tutti il fenomeno dei tantissimi giovani infermieri laureati che vanno a lavorare all’estero, ma per trattenerli bisogna incentivarli, aumentando la responsabilità, dando più valore alle professioni, prevedendo una migliore formazione.
La situazione del personale medico non è migliore. Mancano i medici di base, i pediatri, gli specialisti di pronto soccorso…
Sui medici di base bisogna individuare un percorso professionale coinvolgendo i sindacati di categoria. Di certo, in territori come il lodigiano devono essere reperibili nei paesi; e, se possibile, prestare ore aggiuntive nelle Case di comunità, in modo da coprire anche il fine settimana e diventare il punto di riferimento per i cittadini prima di rivolgersi al pronto soccorso. Ma il punto centrale è che il servizio di medicina generale non può assolutamente essere tolto dai piccoli centri. Anche perché c’è in ogni caso il problema di come far arrivare nelle sedi delle Case di comunità previste tutti gli anziani che ne hanno bisogno. E come si può affrontare questa necessità, viste le enormi carenze del servizio di trasporto pubblico locale su gomma? Infine, anche per i medici di base vanno fatti provvedimenti sulla valorizzazione della professione e per incentivare a seguire i percorsi di specializzazione, con un numero adeguato di borse di studio; e lo stesso vale naturalmente per i pediatri di libera scelta.
Quali iniziative avete intrapreso in Consiglio regionale in questa legislatura per contrastare i disservizi e la deriva privatistica del sistema sanitario lombardo?
Quando nella nostra proposta di legge parliamo di governo pubblico degli erogatori, intendiamo che all’interno del Ssr l’offerta sanitaria e sociosanitaria delle strutture pubbliche e delle strutture private accreditate deve essere governata dalla programmazione pubblica regionale secondo i bisogni di salute della popolazione lombarda. E che deve essere conformata ai principi di integrazione, trasparenza e sussidiarietà e non dall’equivalenza tra pubblico e privato. Almeno così dovrebbe essere, proprio perché lo stabilisce la normativa. Ora, al fine di abbattere i tempi di attesa e di realizzare un Ssr efficiente e non discriminante, l’adesione al Centro unico di prenotazione regionale deve costituire un criterio obbligatorio per l’accreditamento degli erogatori pubblici e privati. Dopo di che, è la Giunta regionale a definire annualmente la ripartizione delle tipologie di prestazioni da remunerare e i relativi volumi di attività. Ma finché non si riuscirà a inserire anche i privati nell’agenda unica, i tempi di attesa non verranno ridotti neanche di un secondo: e questa, purtroppo, è una difficoltà che il centrodestra non dà segno di voler affrontare seriamente. Riassumendo, noi pensiamo che con il complesso di proposte che ho qui ricordato ci sia la reale possibilità di risolvere i problemi della sanità regionale: dall’annosa questione del rapporto pubblico-privato al Cup unico, dalle liste d’attesa all’attrattività per le professioni sanitarie. Quando questa proposta di legge arriverà in Aula, vedremo se la volontà sarà di raccogliere davvero le istanze delle cittadine e dei cittadini lombardi.




