Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e con JD Vance come suo vicepresidente, l’Europa si trova di fronte a una nuova sfida: una presidenza americana che non solo si disinteressa dei principi democratici, ma li mette attivamente in discussione. Una presidenza americana che non risparmia uscite incendiarie nei confronti dei partner storici in contesti internazionali e delicati come la recente conferenza NATO di Monaco di Baviera. Le dichiarazioni di Vance in questa sede sono un chiaro segnale della deriva autoritaria della nuova amministrazione USA.
Partiamo dall’attacco diretto alla magistratura rumena per le sue indagini sulle ingerenze russe nell’elezione del filorusso Cǎlin Georgescu. L’ingerenza di Washington in un’indagine giudiziaria europea è un precedente pericoloso. L’autonomia della magistratura è un pilastro dello Stato di diritto e l’idea che un governo straniero possa mettere in discussione un’indagine per motivi politici è inaccettabile tanto quanto una ingerenza elettorale da parte della Russia. È la stessa strategia che Trump e i suoi alleati hanno usato negli Stati Uniti, cercando di delegittimare giudici e tribunali quando non servivano ai loro interessi. Azione odiosa durante la campagna elettorale e che ora, dopo la vittoria, tra spoil system portato all’estremo in ogni agenzia federale e continua delegittimazione della magistratura, assume toni davvero inquisitori.
Ma questo non è il solo punto critico. La nuova amministrazione americana ha già dimostrato di voler sostenere movimenti di estrema destra in Europa, come dimostra l’endorsement di Vance alla tedesca AfD. Il messaggio è chiaro: Trump e i suoi vogliono un’Europa frammentata, dominata da nazionalismi reazionari e sempre più distante dai suoi principi democratici.
Di fronte a questa minaccia, l’Unione Europea deve dimostrarsi unita e non sottomessa. Ma per farlo deve anche avere la capacità di guardarsi allo specchio e riconoscere i suoi limiti. L’UE non è perfetta: la Commissione Europea, spesso, è vittima di un torpore burocratico che la rende lenta e incerta proprio quando il mondo richiederebbe risposte rapide e decise. Ci sono stati momenti in cui l’Europa ha perso tempo, ha esitato, ha lasciato spazio a chi vuole dividerla.
Eppure, nonostante questi limiti, l’UE ha tutelato gli interessi di tutto il continente per decenni, garantendo pace, sviluppo economico e diritti in un’epoca in cui altrove si erigevano muri e si fomentavano scontri. Non dobbiamo difendere l’Europa in quanto perfetta, ma in quanto migliorabile. E il modo per farlo non è tornare ai vecchi nazionalismi, ma investire ancora di più nell’integrazione, nel rafforzamento della democrazia comunitaria, in una seria strategia di difesa comune e complessivamente nel consolidamento della nostra identità e sovranità collettiva europea.
Curiosamente, persino Giorgia Meloni sembra averlo intuito dopo la conferenza di Monaco. Almeno secondo i commentatori più attenti della stampa italiana. Dopo anni passati a esaltare il sovranismo e a cercare di avvicinarsi alla destra americana, dopo il discordo di Vance sembra quasi riscoprire l’europeismo. Forse perché ha capito che l’alleato americano è sempre più imprevedibile e la sua strategia, a lungo andare, rischia di minare la stessa cooperazione transatlantica.
Se la nuova amministrazione USA vuole chiudersi in un isolamento reazionario, l’Europa deve fare l’opposto: rafforzare la democrazia, difendere l’indipendenza della magistratura e proteggere i diritti civili. Ma per riuscirci, deve anche diventare più forte, più veloce, più capace di agire unita. L’integrazione europea non è solo una scelta, è la nostra unica vera possibilità per affrontare il futuro.




