17 gennaio 2024. Chesterton Road 8, Cambridge. 08:30 del mattino. Mi sveglio anzitempo a causa di uno strano rumore che proviene dalla strada. Mi siedo sul bordo del letto e mi strofino gli occhi, nel tentativo di accelerare la fase di messa in moto. Il rumore persiste e si fa sempre più elevato. Ascolto meglio e intuisco: sono grida di incitamento, una sorta di boato! Scosto le tende e mi affaccio alla finestra per capire cosa diavolo sta succedendo: la porzione di strada che riesco a intravedere è completamente gremita di persone, che esortano a suon di urla un gruppo di atleti che corre per le vie della città. Una competizione campestre lungo le strade di Cambridge! Non male come primo giorno.
Mi guardo intorno. Purtroppo, la stanza non si è miracolosamente trasformata ed è rimasta la stessa catapecchia del giorno precedente. La sera prima sono crollato, stremato dal viaggio e dalla lunga giornata; oggi tocca dare una bella sistemata, penso. Mi faccio una doccia veloce per svegliarmi definitivamente e raccogliere il maggior numero possibile di energie. Condivido il bagno con altri tre studenti ed è proprio in questa circostanza che faccio indirettamente conoscenza di uno di loro. Mentre sto temprando le membra sotto un potente getto di acqua bollente, sento bussare alla porta in maniera alquanto insistente. «Sorry, it’s occupied! Give me five minutes!», mi limito a rispondere, consapevole che cinque minuti non mi sarebbero mai bastati. Solo il giorno seguente avrei scoperto che quella era Sumaya, una studentessa di Lingue e Culture Internazionali proveniente dal Kenya.
Ore 12:00. Ultimate le faccende domestiche con risultati appena sufficienti, mi faccio coraggio ed esco, dirigendomi verso l’ala principale del College dove la sera prima ho conosciuto Hugo. Da lì posso infatti raggiungere tutte le aree del Magdalene. Traccio mentalmente il tragitto che devo percorrere e chiudo la porta dietro di me, dopo aver controllato di non dimenticare nulla. Mi lancio giù per le scale e mi ritrovo davanti un ragazzo altissimo, con due enormi occhi azzurri e un casco di ricci in testa. È James, il mio vicino di stanza. Ci presentiamo e scambiamo qualche parola, ma la mia attenzione è totalmente rapita da un dettaglio da cui non riesco a distogliere lo sguardo: James è completamente scalzo e cammina con assoluta nonchalance sull’orrida moquette beige che riveste il pavimento dell’abitazione. Un profondo senso di disgusto mi assale.
Al di là di questa discutibile abitudine, che ha mantenuto per l’intera durata del mio scambio, James si è poi rivelato un vicino prezioso e divertentissimo. Un amico. Forse non dovrei raccontarlo, ma qualche mese dopo, durante una prova di evacuazione antincendio, avrei dovuto svegliarlo e aiutarlo a scendere le scale sorreggendolo per un fianco, viste le pessime condizioni in cui riversava a causa di una sbronza risalente alla sera precedente. Il tutto davanti agli ispettori del College, che sorridevano divertiti. Confesso di sorridere anche io ogni volta che ricordo e racconto questo episodio. Specialmente quando penso all’esclamazione «Bro, I’m drunk!» che mi ha ruttato in faccia mentre cercava di reggersi in piedi.
Terminata la breve conversazione, ci salutiamo e mi dirigo finalmente all’entrata principale del College. Ha così inizio la mia esplorazione del Magdalene. Supero il Porter’s Lodge. Mi trovo davanti ad un cortile in perfette condizioni, dove due simpatiche anatre dormono l’una accanto all’altra. In corrispondenza del vertice sinistro del quadrato disegnato dalla struttura, scorgo una scala. Mi avvicino e scopro che conduce agli uffici del personale, dove nel pomeriggio mi sarei dovuto recare per completare le operazioni di registrazione. Sarah Atkinson, responsabile delle attività interne, mi avrebbe aspettato alle 15:00 in punto. Quella sì sarebbe stata la mia prima conversazione con un autoctono. Cerco di scacciare questo pensiero, che mi crea una certa agitazione, e proseguo nella mia perlustrazione.
Torno nel cortile principale e supero una nuova porta. Entrato in una sorta di corridoio, sulla mia sinistra si apre un bellissimo salone, che mi ricorda la Sala Grande di Hogwarts e che intuisco sia destinato alle formal dinners: si tratta di un’usanza tipica inglese, una sorta di cerimonia di gala in cui gli studenti si ritrovano con i Fellows del College, per cenare tutti insieme a lume di candela. Ricordo che le prime volte che sono passato di lì mentre era in corso una formal dinner ho pensato si trattasse di una sorta di rito iniziatico, la celebrazione religiosa di una qualche setta. Di qui la mia reticenza iniziale a prendervi parte. In realtà, posso garantire che è un’esperienza che va assolutamente vissuta e che lascia ricordi indelebili. Nonostante la qualità mediocre del cibo, l’atmosfera che vi si respira è qualcosa di magico e irripetibile.
Oltrepasso il salone e mi addentro in un nuovo cortile, delimitato da un bellissimo edificio sul quale si legge Bibliotheca Pepysiana 1724. Si tratta della Pepys’ Library, un’antica biblioteca dedicata a Samuel Pepys, politico e scrittore inglese del XVII secolo, nonché studente del Magdalene College dal 1651 al 1654. Purtroppo, ormai è dismessa e assolve unicamente alla funzione di museo, seppur con orari estremamente limitati a causa dei lavori di ristrutturazione. Proseguo. Supero un piccolo cancello alla sinistra della Pepys’ e mi trovo davanti ad uno spettacolo meraviglioso: il parco del Magdalene e la sua nuova biblioteca.
Confesso che mi è alquanto difficile descrivere in maniera soddisfacente la bellezza del parco: una distesa verde perfettamente curata è circondata da una serie di alberi immensi, che con la loro possenza veicolano un senso di protezione e sicurezza. Sulla destra scorgo un piccolo sentiero che costeggia il torrente principale di Cambridge, dove delle specie di gondole trasportano turisti per tutta la città ad ogni ora del giorno. È il cosiddetto Punting Tour. Sulla sinistra, invece, si erge la stupenda biblioteca del Magdalene. È un edificio piuttosto moderno, che ha vinto numerosi premi per l’architettura e il design. Tuttavia, non stona rispetto allo stile cinquecentesco del College, anzi, gli si amalgama perfettamente grazie alla sua composizione in mattoni rossi. Non posso far altro che entrare!
Scorro il mio badge universitario sul lettore e le due imponenti porte di legno si aprono come un libro, attivate da un meccanismo nascosto. Rimango stupefatto. Mi sento come Alì Babà e i quaranta ladroni di fronte alla caverna stracolma di tesori. «Apriti sesamo!». Entro nell’atrio e, dopo un’ulteriore porta automatica, muovo i primi passi nella biblioteca. Che bellezza, questo è il paradiso, penso. La struttura si dispiega su tre immensi piani, costellati da scaffali ricolmi di libri: le sezioni del catalogo bibliotecario vanno dalla A alla Z, una per ogni disciplina. Su ogni piano si possono trovare enormi tavoli adibiti allo studio; alcuni di essi godono della vista del parco, che si apre dietro a delle grandissime vetrate. Ma non è finita qui: scendendo, si possono scovare una Living Room, destinata alla convivialità e ai momenti di svago, e una Play Room, dotata di biliardo e calcetto. È amore a prima vista. Da quel giorno e per i successivi sei mesi, quello sarebbe stato il mio vero alloggio.
Ore 13.00. Ancora con la meraviglia negli occhi, esco e mi dirigo affamato verso la mensa. Qui avrei consumato il mio primo pasto inglese e, soprattutto, avrei conosciuto Antoine, Max e Dario. Ma questa è un’altra storia…
(3 – continua)




