A proposito di democrazia, Gaber cantava che un uomo trova la sua libertà solo nella democrazia, e forse ci si potrebbe riflettere un po’ su, soprattutto di questi tempi in cui sembra si viva come se si fosse persa la memoria del passato. Non si è persa solo la memoria, si è proprio perso il significato e forse il gusto della libertà, ma fuori dall’opzione democratica cosa rimane? Nelle democrazie il potere è esercitato dal popolo ed è solo per un volere popolare che una ristretta cerchia di persone (la classe politica) si assume la responsabilità della rappresentanza di quel volere. Nei regimi autarchici, nelle dittature succede esattamente l’opposto e ai popoli, per l’arbitrio di pochi, è tolta ogni libertà. Le nostre democrazie oggi sono fragili e malate, una malattia che è rimasta a lungo sotto traccia, ma della quale oggi i sintomi sono conclamati. Oggi coloro che sono al potere hanno eroso quasi fino all’osso il capitale di fiducia di coloro che intenderebbero rappresentare, e la mancanza di fiducia ha portato a governi sempre più fragili e polverosi. Le urne vanno deserte perché il popolo rinuncia a quel diritto che fonda la libertà, quasi senza rendersi conto delle conseguenze. Le destre estreme riprendono vigore forti di una malposta richiesta di sicurezza. Ma torniamo lì, a quella parola democrazia che suona governo del popolo. Una democrazia che più volte e in diversi modi è stata tradita. Oggi i partiti e i leader politici ricercano il consenso, non il bene comune, alimentando quel circolo vizioso per cui il potere alimenta sé stesso creando distanze siderali con il cittadino comune, la cui qualità di vita peggiora. Si diventa populisti (sfruttando il popolo per il proprio interesse, facendo finta di assecondare le ondate di pancia del momento, vedi la xenofobia per esempio) e si rinuncia ad essere popolari (cioè a mettere il bene di chi si rappresenta al centro della propria azione). Cecilia Sala, la giornalista 29enne di Chora Media e “Il Foglio” liberata di recente dal carcere di Evin in Iran, in una lunga intervista rilasciata a Mario Calabresi, si è detta felice di essere tornata in un Paese sicuro, riferendosi all’Italia. La sua voce ha avuto un’inflessione particolare, quasi un’incertezza mentre lo diceva, come se incespicasse. È un Paese in cui ancora si possono scrivere articoli criticando il proprio governo senza per questo rischiare un arresto, ma dove pur tuttavia la libertà di pensiero è fortemente in crisi. Sicuro sì, quindi, ma fino a quando? Quello che lascia fortemente perplessi è il modo di esercitarla questa democrazia, in cui nei luoghi deputati al confronto spesso si assiste ad un uso indegno del proprio ruolo, dove la critica aspra, ma giusta, derivata da una dialettica capace di argomentazione, lascia posto all’insulto e ai comportamenti da stadio. Tutto questo genera una profonda insicurezza e l’insicurezza guarda caso fa gioco alle posizioni estreme, quelle che la storia ha dimostrato essere pure illusioni le quali, nel caso si dia loro corda, portano alle tragedie. Ci sarà pure una qualche differenza tra l’essere conservatori e porsi a legittima difesa di alcuni valori tradizionali, e l’essere assolutisti? L’assolutista non vede nessun altro se non sé stesso, e fa terra bruciata attorno a chi porta un pensiero diverso. Se questa è la situazione attuale, se il pericolo dell’illiberalità è reale, se esiste un vertiginoso vuoto di rappresentanza allora gli spazi, pur piccoli, come questo, sono un’occasione per ricostituire un tessuto sfilacciato.
Il popolo deve tornare a poter avere voce in capitolo oltre le alternative poste in fila su una scheda elettorale, esercitando un pensiero critico che accetti il confronto con chi porta posizioni diverse. Sono tutti legittimi i diversi punti di vista, perché è come guardare una medesima realtà da angolature diverse, le quali tutte concorrono a creare una visione migliore, il più possibile aderente al vero. Se i toni restano pacati allora è possibile quell’ascolto dal quale possono nascere soluzioni creative ai problemi quotidiani delle persone. Nell’ipotesi democratica più autentica esiste lo spazio per il portato di una domanda ineludibile: cosa si conserva del bene che sta nella visione di quell’altro che non sono io? Si può passare dalla concorrenzialità alla cooperazione. Proprio per questo la libertà sta solo nella partecipazione e l’unica possibile strada alla partecipazione è una democrazia che risani la politica a partire dal basso. La politica è l’immaginazione di una “polis” che sia spazio condiviso, in cui ciascuno possa trovare il proprio posto e porsi in relazione con gli altri assumendosi la propria parte di responsabilità e mettendo a disposizione di una comunità ampia i propri talenti. Un Lodigiano Democratico dentro una democratica Nazione, fino a raggiungere spazi politici condivisi sempre più ampi. Se già qualcuno lo immagina e prova a raccontarlo dentro uno spazio pubblico, vuol dire che tutti possiamo permetterci di credere che davvero sia possibile.




