Le guerre contemporanee investono, come stiamo vedendo, ogni persona e ogni cosa. Ma, tra le vittime civili, le più esposte e vulnerabili sono senza ombra di dubbio le donne. Il corpo della donna è considerato, da sempre, un terreno di forte identità per un gruppo etnico o una Nazione e, su questa identità, il nemico esercita una violenza disumanizzante per affermare la propria superiorità.
La disumanizzazione dei popoli, che nelle guerre raggiunge il suo apice di rappresentazione, inizia perciò dal corpo delle donne perché è proprio la donna – identificata col suo corpo – a diventare il territorio simbolico di un attraversamento che, nella violenza sessuale, rende tangibile il superamento di un confine da parte del nemico.
Da un lato, l’atrocità compiuta sul corpo femminile anche in pubblico (lo abbiamo visto il 7 ottobre in Israele così come in Afganistan e in altri teatri di guerra) simboleggia l’annientamento permanente della società rivale e si configura come espressione di odio etnico, più che di misoginia. Ma allo stesso tempo l’identificazione della donna come “proprietà del maschio” che si vuole annientare si radica in una fortemente criticabile concezione patriarcale della società.
In questo duplice percorso, l’elemento rilevante che merita di essere indagato è proprio il significato che nelle società patriarcali viene attribuito al corpo femminile investito di simboli determinati: purezza, onore e continuazione della società attraverso la capacità riproduttiva.
La considerazione della donna in una dimensione etnica-patriarcale marca, infatti, la sostanziale differenza tra i generi e in questo senso la donna può davvero diventare il centro di una guerra, fulcro dell’avversione o della distruzione di una intera società che si vuole colpire o annientare. Il corpo, l’identità e la sessualità sono infatti elementi interconnessi e intessuti nella struttura sociale e culturale di un popolo. In tal modo, la violenza sessuale si costituisce come dinamica del dominio genocidario femminile, nel quale le donne sono così identificate come gruppo distrutto in parte attraverso l’abuso sessuale. Violentare o uccidere una donna, in guerra, assume una portata più vasta, non riferita esclusivamente alla vittima e con effetti certamente non secondari. Attraverso il corpo delle donne, mogli, figlie, sorelle, madri, si intacca l’autostima del nemico e se ne distrugge completamente l’onore ma soprattutto si distruggono le risorse di un popolo, la sua possibilità di riprodursi. Tre termini sono dunque emblematici del problema in questione: donna, corpo, proprietà. La visione prevalente è quella della donna come “accaparramento delle terre” del maschio avversario. La logica interpretativa dominante in guerra è quella della donna come terra di conquista, il cui corpo è il centro di appropriazione e di spossessamento altrui. Allora, ecco che la donna non è percepita come soggetto ma luogo della dominazione e questo apre un orizzonte di riflessione attorno al problema del legame tra depredazione delle risorse e femminilizzazione della terra. In questo senso, le violenze sessuali attuate anche in gruppo sanciscono l’annessione e il predominio sulla terra.
Il corpo della donna assume la specifica connotazione del ‘terreno’ di guerra calpestato, marchio antropologico dell’affermazione del dominio maschile di un gruppo su un altro. La donna è dunque corpo-territorio, considerando il corpo femminile quale centro di valore e unicità nella sua stretta connessione al territorio e alla terra. Se, poi, alla violenza subentra una gravidanza, la distruzione del gruppo ritenuto inferiore raggiunge l’apice della concretizzazione e il dolore diventa atroce, giacché la donna non soltanto rappresenta il segno distintivo della sconfitta comunitaria, ma essa assume su di sé la percezione della colpa e della morale compromessa, della perdita dell’autodeterminazione sul suo corpo e dello smarrimento della sua identità. In tal modo, il dramma della guerra non si riversa solo su coloro che sopravvivono, ma anche sulle future generazioni frutto delle violenze. Una violenza che, insomma, perdura nel tempo disgrega le relazioni intrafamiliari e interpersonali e reifica un’intera società.




